I HAVE A DREAM: STACARME DA L’ITALIA (sulla guerra di secessione italo-veneta)

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Da un po’ di giorni pullulano banchetti di raccolta firme tra le vie delle cittadine venete. Sarà il Pd che regala spillette? Il nuovo slogan del centrodestra? Qualche associazione animalista che vuole boicottare qualche raccolta fondi per la ricerca sulla malattia di Rett?

Ebbene no.Si tratta di una vicenda ampiamente trattata dai giornali stranieri più importanti (Daily Mail: “La ricca Venezia indice un referendum per staccarsi da Roma”) soprattutto in territorio anglosassone, i quali si stupiscono del silenzio italiano a riguardo. Un silenzio che, a detta del Telegraph e della BBC, rasenta lo scandalo.

 

Da un po’ di mesi alcuni attivisti di “Plebiscito 2013”, un reparto staccato di Indipendenza Veneta (partito regionale con cospicuo numero di voti), fanno pubblicità e dal 16 marzo raccolgono firme per una presunta Indipendenza del Veneto. Insomma: firma se vuoi staccarti dall’Italia e creare lo Stato Veneto.

 

Franco Rocchetta, uno degli indipendentisti, illustrava nel proprio sito internet le indicazioni di voto per partito; se nei veneti votanti centrosinistra la decisione vacilla, grillini, centrodestra e altri partiti sono compatti: sì all’indipendenza.

Possibile che il Veneto voglia la secessione? Partiamo dall’inizio. Non si tratta di un referendum con valore legale, questo è chiaro; in caso vincessero i sì, il Veneto non diventerebbe, dal giorno successivo, uno Stato indipendente con presidente Luca Zaia (sic!) e moneta propria.

Perchè il bisogno di indire un referendum del genere, quindi? I veneti sono dei pazzi leghisti che hanno depredato il Sud e bla bla bla? Del resto già per uno sbaglio nel decreto ammazzanorme del 2010, con firme di Calderoli e Berlusconi, l’annessione al Regno d’Italia fu abrogata, dichiarando nullo il referendum del 1866.

 

Diciamo che la domanda veneta della secessione risale effettivamente al 1866, giorno dell’annessione. Siamo imparziali, ora. Gli indipendentisti veneti giocano molto sull’annessione burla del Veneto all’Italia, il che è storicamente vero e innegabile. La storia veneta non è esattamente leggera come viene raccontata e l’annessione non è stata affatto plebiscitaria come viene insegnato. Si narra che il Veneto, nel 1866 (una delle regioni più giovani) tramite referendum chiese l’annessione all’Italia dall’Austria tramite plebiscito, con soli 69 voti contrari; non fu così.

Per Napoleone II, l’imperatore Francesco Giuseppe e Metternich la soluzione migliore era considerare la Venezia alla stregua del Lussemburgo. Una delle contestazioni indipendentiste è questa: solo i nostri libri di storia presentano l’annessione al Regno di Sicilia come unica soluzione possibile; le politiche europee non la pensavano così.

Lasciando stare le idee dei governanti, quello che si decise (come è narrato) fu di passare il Veneto dall’Austria alla Francia, per poi passarlo all’Italia. Napoleone rinunciò al ruolo di garante internazionale. Il “plebiscito” con suffragio universale fu di 600mila votanti su due milioni e mezzo di popolazione. Suffragio universale che era già in vigore nella Repubblica Veneta dal 1848.

 

Cessione e referendum fasulli, in quanto il Veneto fu ceduto giorni prima in barba al referendum burla. Ma tant’è. Il Veneto è italiano, perlomeno politicamente e geograficamente, e su questo non ci sono dubbi.

 

manifesto  Perchè questi rigurgiti secessionisti, quindi? Uno dei motivi è appunto culturale. Essendo una delle   regioni più giovani, i territori veneti pagano lo scotto di esser passati da Serenissima a regione      povera (con la sfortuna delle carestie degli anni successivi); nei vent’anni successivi la metà della    popolazione veneta emigrò, soprattutto in Brasile.

Una mentalità diversa da quella del resto d’Italia; del resto pensateci: io, ancora giovane, ho dei  bisnonni nati prima del Regno d’Italia. Che mentalità possono avere? Asburgica o italiana?

E la pesantezza di cadere sempre nello stereotipo del veneto ignorante e dall’accento grezzo  contadino, come insegnano i “migliori” film e telefilm italiani?

 

La questione culturale si sposta poi sul piano economico.

Bruno Vespa, lo scorso gennaio, ha dichiarato, sulla questione secessionista: “Senza il Veneto, l’Italia fallirebbe”. Perchè i veneti pagano salato, e pagano due volte. Ogni anno 21 miliardi di euro migrano dall’ex Serenissima a Roma, per poi sparire nel nulla; mentre, come i veneti ben sanno, gli alluvioni hanno devastato intere campagne, lasciando i contadini senza soldi, lavoro, raccolto e denaro per poter riparare ai disastri. Complice la crisi, complici le catastrofi naturali e un periodo, diciamolo chiaramente, di merda, il veneto medio si è stancato. Hai voglia a spiegare ai veneti che quei soldi sono necessari! Qualsiasi uomo ti risponderà che sono più necessari ai problemi della propria regione, che saprebbe amministrarli molto meglio. Hai voglia a spiegare l’importanza dell’unità di un Paese, del fatto che quei soldi servono per il bene dell’Italia intera, quando non torna nulla indietro!

 

Razionalmente parlando, dati alla mano, non possiamo dare torto né all’una né all’altra parte. Non sappiamo come sarebbe realmente la condizione del Veneto dal punto di vista economico se si staccasse dall’Italia, in questo preciso momento storico. Sappiamo come sono i dati relativi all’Istruzione, che posizionano il Veneto in caso di Stato indipendente al secondo posto in Europa; di più certo non ci è dato sapere nulla.

Indipendenza Veneta, nei propri volantini, fa un po’ di conti in tasca. “5 milioni di veneti pagano allo Stato italiano ogni anno 4.200 euro di tasse oltre il dovuto, cioè 16.000 per una famiglia media di 4 persone”.

Sempre nei volantini, il movimento promette dati “concreti”: “nella Repubblica Veneta le imposte dirette sui redditi di persone ed imprese saranno max al 20%, l’Iva al 15%, e i contributi sociali che versano le imprese minori del 25%, in linea con gli Stati limitrofi”. Abolizione di accise, imposte ridotte a cinque, versamento diretto ai comuni.

Si promettono aziende venete più competitive a livello europeo, con salari adeguati alla media degli altri Stati europei. Democrazia diretta, sistema federale e investimento in primis nell’Università e nella ricerca.

 

Sta di fatto che il movimento indipendentista veneto esiste da sempre, sotto diversi nomi; prima dettato da nostalgie asburgiche, poi da fattori economici, in seguito culturali e ora ancora economici. La differenza sta nel fatto che dai tavolini del bar si è trasferito dapprima nelle giunte e in seguito sui banchi del Consiglio Regionale, il quale ne discute da almeno due anni.

Discutibile o meno, la proposta che si aggira tra i comuni veneti è apartitica e mostra una volontà popolare rilevante. Forse non la maggioranza che il movimento indipendentista sbandiera, ma di certo consistente. Molti veneti, seppur dichiarando “Io non voterei mai a favore”, covano qualche rigurgito campanilista sul si-starebbe-meglio-se.

 

Come dicono i giornali esteri, è assurdo da parte del governo tenere questa cosa a tacere. Perchè non è la solita boutade del leghista di turno, ma parte dell’espressione popolare di un malcontento veramente serio, che investe gran parte della popolazione di una delle regioni più ricche del Paese e, siamo sinceri, una di quelle che soffre di più per i malgoverni degli ultimi decenni.

 

La secessione del Veneto è incostituzionale, su questo non ci piove.

Il Veneto è italiano, e anche su questo non ci piove.

Ma molti veneti non si sentono italiani o, più che altro, sono stanchi delle conseguenze che la politica, l’economia e la società italiane hanno nella propria regione; si sentono derubati; quindi ignorare un malcontento e un referendum provocatorio da parte di queste fetta di popolazione è, da parte del governo, un gravissimo errore.

Per quanto sia sbagliato e ridicolo chiedere e accettare la secessione di una regione come il Veneto (sia per la regione che per lo Stato), è sbagliato anche passare sopra una realtà che non è un semplice malcontento. E’ una realtà concreta, che trascende dai partiti e che investe una particolare regione; non sono urla e schiamazzi e manifestazioni, ai quali noi italiani siamo sempre abituati, ma sono atti concreti che esprimono idee ben precise. Come avvisano i giornali stranieri, è sbagliato passarci sopra e bollare tutto come “campanilismo di poveri contadini ignoranti leghisti”.

L’Italia, nel bene o nel male, deve affrontare questi atti.

 

Alina Twain

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