INTELLETTUALE VS GIORNALISTA: ODI ET AMO ALL’ITALIANA

imagesIl politico fa un’affermazione; il giornalista la riporta, più o meno bene; l’intellettuale la commenta; il giornalista attacca l’intellettuale.

Questo è il loop infinito che la scena culturale italiana ci propone ogni benedetto giorno, in un continuum esistenziale che finisce per sfiancare anche l’animo più paziente.

 

Renzi manda bigliettini a Di Maio; il giornalista riporta la notizia, definendoli “pizzini” (componente spregiativa che nulla a che fare con il contenuto, ma tanto il lettore medio non va più in là del titolo); Michele Serra afferma che non è giusto pubblicare in rete un cartaceo privato; il giornalista, non si sa bene perchè, attacca l’intellettuale.

 

Siamo di fronte ad una tragicommedia in cui gli attori non fanno questo di mestiere, sono improvvisatori prestati alla parte, a disposizione dell’italiano medio che vive di questi gossip che nulla hanno a che fare con la politica. Ma tutti coloro in possesso di una connessione internet si sentono in dovere di avere un’opinione, anche quando non ce l’hanno.

 

Il rapporto tra intellettuale e giornalista è, paradossalmente, il più complicato in questo triangolo. Le parole di un politico sono solitamente semplici e dettate da logiche di partito, è più facile entrare nel merito della questione e criticare o appoggiare.

Le parole di un intellettuale, invece, sono solitamente più complicate, hanno una posizione ben chiara, e chi non si aspetta quelle precise parole decide che l’intellettuale dev’essere attaccato. Decide che sbaglia.

 

Pertanto quando un intellettuale appoggia un politico per le sue idee, argomentandole, è per forza un venduto schiavo del potere, un corrotto. Un giornalista “libero”, dal freelance al giornalista con contratto in un’importante televisione o giornale (a meno che non si parli di direttori di giornali), non è mai un venduto: lui, se critica un’intellettuale, lo fa perchè è giusto e ha senso critico, ha senso dell’analisi, sa di cosa parla. Ha ragione, insomma.

 

Riassumiamo: se un’intellettuale approva una posizione politica con eccellenti analisi è un venduto; se un giornalista che magari poco capisce di quell’argomento, meglio ancora un blogger, lo attacca, è un mito.

 

C’è qualcosa che non va.

Ma questo qualcosa non va nella forma mentis dell’italiano, che considera il primo un “professorone della casta”, e il secondo una persona comune che vuole scoprire la verità.

A volte il giornalista o blogger in questione ci azzecca. L’intellettuale del resto mostra solo la sua opinione, che è per l’appunto opinabile. Quelli oramai morti mostrano il proprio lato migliore e poetico stampato su link di Facebook; quelli ancora vivi sono al 90% dei servi del potere, non meritevoli neppure di un misero tweet su Twitter.

Insomma, bisogna esser morti perchè le proprie idee vengano rispettate.

 

Qui si apre il discorso della figura dell’intellettuale nel ventesimo secolo. Ma non ci interessa. Perchè anche questo pezzo verrà sottoposto al microscopio da qualche giornalista o blogger che probabilmente si è concentrato solamente su due frasi. E vabbè, ormai ci siamo abituati: quando moriremo, tutto sarà giusto e condiviso su Facebook.

 

Alina Twain

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