GRAMMY: E NOI ITALIANI?

Inghilterra, Francia, Nuova Zelanda.

Queste le nazionalità più premiate ai Grammy Awards della scorsa notte nei maggiori premi, sovrastando l’americana nazione.

E’ la prima volta che degli stranieri del Vecchio e Nuovissimo Mondo fanno incetta di riconoscimenti nelle categorie più importanti, come Best Album, Best Record, Best Rock, Best Song. Daft Punk, Paul McCartney, Lorde sono riusciti ad imporsi negli Stati Uniti chi con estrema facilità, chi dopo anni di duro lavoro.

Gli Stati Uniti si stanno aprendo al mondo riconoscendo la musica internazionale?

I Daft Punk hanno sicuramente azzardato, con quest’album. Hanno deciso di chiamare ospiti illustri dopo decenni di onorata carriera (sono anche loro un frutto degli anni ’90) per mettere assieme un disco che racchiude le vecchie sonorità dance e funk degli ani ’70-’80 per remixarle nella loro eccellente salsa elettronica. Tocco finale: Pharrell Williams e Julian Casablancas a cantare i singoli.

Hanno azzardato, ci hanno provato. E sono stati premiati. 

La stessa cosa è successa con Lorde, una diciassettenne neozelandese che programma quest’album da quando ne aveva dodici. Canzone eccellente, sound accattivante e intelligente.

La domanda nasce spontanea, quindi. Perchè noi italiani non riusciamo a farci valere sul piano musicale (che non sia la nostra operistica o il nostro Morricone)?!

Non nascondiamoci dietro il dito delle etichette discografiche avare, del poco marketing, della noia musicale. Pensiamo di non avere le capacità per far successo? Sì, non le abbiamo.

Da più di trent’anni confezioniamo una musica mediocre, incapace di imporsi nel mondo. Non nominate Laura Pausini o Tiziano Ferro: tutti sono capaci di fare successo in un Paese da cui provengono Violetta, Il Mondo di Patty e i Rebelde. L’America Latina è solo un grande contenitore di cafonerie.

Non sappiamo più far musica.

Il cantautorato italiano non viene valorizzato affatto, e relegato a piccole nicchie, talvolta sfottuto dandogli del radical chic.

Il rap è indietro di almeno vent’anni rispetto al resto del rap mondiale. Abbiamo assistito alla premiazione di Macklemore e Ryan Lewis, promotori di un hip hop di contenuti leggeri e più impegnati, con una metrica studiata e delle musiche prodotte a tavolino. Del resto sponsorizzano la formula rapper + dj, quella una volta rappresentata da Articolo 31 e Sottotono. Ci troviamo, nel 2014, a proporre un rap con basso contenuto linguistico e scarsa metrica, e con temi e sonorità degli anni ’90. Noia.

Parliamo del pop. Abbiamo il pop in Italia?

No, perchè da recente ho scoperto che tutto ciò che sta dai talent show al Cile si posiziona sotto la dicitura “pop”. Grazie.

Ricordo quando dissero a Leona Lewis, sul palco di X Factor: “Gli Stati Uniti hanno Christina Aguilera, il Canada ha Celine Dion, noi inglesi abbiamo te”.

E tac, Grammy.

Chi c’è, nel panorama musicale italiano, in grado di poter competere con i Vampire Weekend (tanto per dire un altro Grammy di ieri)?

Curiosando tra le garage band esistono delle valide proposte, delle alternative alla musica da radio. Ma sono ancorate ad un retaggio di musica leggere italiana che non è un’eredità utile dalla quale attingere, ma che è vissuta come un peso che ancora a terra.

Allora forse sono le band in primis a dover lottare per mantenere la propria identità, senza lasciare che produttori sconvolgano l’immagine per adattarla ad un pubblico italiano che dopo un anno si dimenticherà di loro.

Volete cantare in inglese? Cantate in inglese. Una Christina Aguilera che canta in spagnolo è adatta al pubblico latino. Una Christina Aguilera che canta in inglese è una popstar.

Le sonorità italiane possono andare a farsi benedire. Abbiamo qualcosa di innovativo da proporre? Proponiamolo. Facendo un po’ di conti in tasca alle major, un gruppo X, con i soldi che vengono sprecati per un Sanremo, una tour promozionale, una sponsorizzazione esagerata, si può fare una cosa molto più intelligente: un abile passaggio per le radio e un mini tour in Inghilterra.

Certo, la cosa più importante sarebbe avere la volontà di farlo, senza puntare sull’usato sicuro di sonorità come quelle di Alessandra Amoroso.

C’è già la fuga dei cervelli laureati all’estero. Tra un po’ comincerà la fuga dei giovani musicisti all’estero, dove possono fare la propria musica con più libertà.

Cerchiamo di evitarlo. Cerchiamo di lasciar libero di cantare qualcuno che, un giorno, salirà sul palco a prendere quel Grammy e avrà i più grandi produttori del mondo che gli diranno “L’Italia è fiera di te”.

Alina Twain

2 thoughts on “GRAMMY: E NOI ITALIANI?

  1. Se la scuola italiana concedesse un piccolo spazio all’educazione musicale dei ragazzi già nel periodo dell’obbligo scolastico, insieme all’inglese e all’informatica, forse ora non ci troveremmo a piangere la mancanza di talenti.

  2. Ma non è questione di educazione musicale o inglese. In Francia non sono messi meglio di noi, eppure i Daft Punk hanno vinto 5 Grammy quest’anno.
    E’ questione di mentalità, di non voler staccarsi da questi scemi italioti di canzoni prettamente in italiano e con sonorità italiane.
    Il rock di Emma Marrone non è rock (seppure abbia una bella voce), il pop di Mengoni non è pop (ed è un talento sprecato).
    Dategli l’inglese. Dategli una canzone decente.
    E qui arriviamo al punto: il voler puntare al soldo facile solo in Italia e l’incapacità degli autori di saper comporre una canzone con sonorità internazionali.

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