I colloqui di lavoro farsa. Per le donne.

SOSwoman21

“C’è crisi!!!” la frase per eccellenza del duemilatredici continua a risuonare squillante da una parte all’altra del paese, complici telegiornali, quotidiani, radio e vicine pettegole, sempre aggiornatissime sull’andamento della borsa, la guerra in Siria e gli amori di mezzo paese.

E dato che “c’è crisi!!!”, chi non ha ancora un lavoro, chi l’ha perso, o chi è invischiato in uno di quei periodi di schiavitù consenziente -chiamati anche “stage”- si arma di tanta speranza, tanta pazienza e tantissimi buoni consigli per mettersi alla ricerca di un lavoro.

In questo nostro tempo bislacco, prima di essere assunti, prima di un periodo di prova, di uno stage e di un affiancamento, bisogna superare il colloquio di lavoro.

Ci sono colloqui di lavoro complessi, lunghi e seri. Ce ne sono di rapidi, di rischiosi, ma soprattutto, ce ne sono di imbarazzanti. Sì sì, ci sono anche quelli.

Nell’ultimo periodo, con l’aggravarsi della crisi, la categoria dei colloqui farsa è aumentata, superando le soglie d’allarme del buon senso e della dignità umana.

Infatti, mentre chi si candida cerca di seguire lo stuolo di regole, di precetti, nonché di “do-nots” da seguire per evitare di fare una figuraccia al tanto temuto e bramato colloquio di lavoro, certi datori di lavoro o selezionatori del personale non si fanno certo remore a porgere le domande più imbarazzanti.

Vediamone alcune.

Dopo le domande di rito che comprendono nome, cognome, età, studi fatti ed esperienze precedenti di lavoro, non si capisce come mai, ma al candidato donna viene SEMPRE posto tale quesito: “Ma Lei, signorina, ha il fidanzato?”

Non si doveva parlare delle mie capacità? Di ciò che so fare? Di tutto quello che ho studiato?

Non si sa come, ma cinque anni di università o di esperienze lavorative vengono lavati via, cancellati totalmente in cinque nanosecondi. Anche perché, di conseguenza, arriva il:

“E pensate di sposarvi? E volete avere figli?”

Ora, se al primo colloquio la candidata risponde affermativamente, e viene scartata perché “l’azienda cerca persone dinamiche e pronte a cambiare la propria vita anche repentinamente, disposte a viaggiare e dedicate totalmente al lavoro”, al secondo colloquio risponde negativamente, in barba all’onestà.

Ma anche là: “Quindi pensa che essere single sia un vantaggio? E cosa ne pensa delle relazioni sul posto di lavoro?”

Allarme rosso. Cosa rispondere? Dato che non si può dire al possibile datore di lavoro di farsi gli emeriti cavolacci suoi, bisogna ponderare molto bene cosa rispondere.

“Sì, sono single perché ho tanti amici”, potrebbe portare il nostro futuro superiore a pensare che siamo donne in cerca di avventure, che ci piace taaanto cambiare uomo ogni sera e che magari anche in ufficio ci potremmo dar da fare.

“Sono single perché sto bene così, mi aiuta a concentrarmi sui miei obiettivi.” Non male, ma potrebbe indurre chi vi sta di fronte a pensare che non siete fatti per la vita in team. E se per il resto del colloqui continuerà a fissare la vostra borsetta, è perché si sta immaginando chissà solo quali oggetti per l’auto-piacere possa contenere.

“Sono contraria alle relazioni d’ufficio perché sono immorali e in un team rovinerebbero la capacità di lavoro e produzione”. Vedi sopra.

“Non ci vedo nulla di male”. Due conseguenze: o sarete scartate perché in quell’azienda nessuno vuole una zoccola in ufficio, o sarete subito assunte come collaboratrici personali!

Se nel caso riusciste a trovare un modo per uscire indenni da tali mancanze di rispetto della privacy altrui, senza mandare a quel paese chi vi sta davanti, mantenendo intatta la vostra dignità e facendovi assumere, fatemelo sapere, è una conoscenza preziosa che va condivisa col resto del mondo femminile.

Altra situazione, altre richieste.

Situazione al limite del paradosso: siete state chiamate per diventare commesse in un negozio di abbigliamento sportivo. Cosa dovrete fare è relativamente semplice: aiutare i clienti a scegliere la taglia L o XS, sistemare ogni cosa sullo scaffale giusto, in modo che i cappellini stiano coi cappellini, le scarpe non siano in mezzo alle sciarpe e così via.

Si comincia con le presentazioni canoniche, e poi: “Adesso metteremo alla prova le vostre capacità, con una partita di basket”.

Le candidate si guardano. L’altezza media della parte femminile è di 1,60 m., quella maschile di 1,95. Tanto vale provare a divertirsi e far buon viso a cattivo gioco.

Dopo aver perso 11 a 115, si ritorna al colloquio.

“Bene, ora metteremo alla prova la vostra capacità organizzativa per questo lavoro.” Al che le candidate guardano soddisfatte i colleghi uomini: piegare e sistemare il tutto con un tocco di creatività dovrebbe essere il nostro campo forte. “Dovete provare a creare, in dieci minuti, un piano vendite e marketing che permetta alla nostra azienda di crescere ed espandersi del 70% in dieci mesi.”

Perché devo fare un piano marketing quando sono qui per piegare quattro magliette?!

Le risposte a questo quesito vitale sono due:

1)      I responsabili marketing non sanno più dove sbattere la testa, i commerciali dell’azienda sono in crisi nera e hanno bisogno di idee nuove senza dover pagare la testa che le produce.

2)      l criterio della selezione è scegliere chi non manda a quel paese i selezionatori.

2.1) I candidati sono già stati scelti all’inizio, tra i figli di amici e i parenti.

Ultimo degli infiniti esempi che potrei riportare, ma che vale la pena:

“Signorina, lei sarebbe disposta a lavorare per noi per sei mesi, durante in quali non dovrà fare altro che organizzare tutto il mio lavoro- che poi IO esporrò come mio alle fiere, sistemare gli appunti che prendo, seguire i clienti, andare nelle loro aziende, ovviamente il tutto senza rimborso spese per benzina e alloggi?”

“E ci sarebbe un guadagno personale?”

“Ci si può mettere d’accordo per un mini rimborso, sui 150-200 euro nel caso. E’ d’accordo?”

Non ho spiegazione razionale per tali esempi. Forse solo una: con l’abbondanza di richiesta e fame di lavoro che c’è al momento, certe aziende pensano di potersi in qualche modo salvaguardare evitando di assumere ragazze e donne che potrebbero, potenzialmente, creare loro perdite in fatto di guadagno. Una donna che va in maternità crea problemi all’azienda, è cosa risaputa. Ma l’essere donna, e quindi potenziale madre, non deve essere un discriminante nei colloqui lavorativi. Non ho mai sentito che la domanda “Ma lei, vorrebbe avere figli?” sia stata posta ad un uomo.

I colloqui di lavoro dovrebbero basarsi sulle potenzialità effettive del candidato, non sulla sua identità di genere, sessuale o sulle sue scelte di vita. Non chiedete a una ragazza se vuole avere figli. Chiedetele cosa possa fare con le proprie capacità ed esperienze, chiedetele come vi possa aiutare a crescere.

Per quanto riguarda voi, care candidate, ricordate solo una cosa: se il colloquio di lavoro è farlocco, probabilmente lo sarà anche l’offerta di lavoro, e l’ambiente lavorativo.

Le aziende serie guardano il vostro percorso e le vostre capacità, non gli anelli che avete al dito.

Francis D’Eliseo

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