L’ARTE POPOLARE DELLA SCRITTURA

Quando mi accingo a leggere delle parole, che sia un libro, un articolo di giornale, un saggio, una semplice prosa, l’unica cosa che davvero mi interessa è la scrittura.

Il contenuto viene dopo, o per meglio dire, consequenzialmente. Ciò che, di primo acchito, colpisce il lettore, è la parola, carica di significati, pregna di esperienze. In una singola parola il lettore inserisce il suo mondo, ricorda il suo vissuto. Figuriamoci in una frase intera!

Per questo l’ortografia, la sintassi, la semantica, la precisione, non sono delle astruserie minuziose di menti troppo perfette, che si ostinano a voler vedere la “bella scrittura”, tarpando le ali al progresso. Sia mai!

Noi di P&G amiamo l’innovazione e per questo siamo promotori del buon uso della parola.

Già, del buon uso della parola. Se ogni verbo ha un preciso significato in qualsiasi contesto, anche una sintassi può averla.

Così lo stile narrativo ha dei precisi parametri.

Trovate la differenza:

“Tom, senti, so che t’è morta la moglie, ma non farne una tragedia. Dopo il funerale ci facciamo una mangiata e ci beviamo una birra, ok?!”.

“Tom, vorrei farti le condoglianze per la tua perdita. Ma la vita va avanti, so che anche lei lo vorrebbe. Dopo il rinfresco possiamo andare a ricordarla assieme, così parliamo un po’”.

C’è differenza, non è vero?! Eppure il significato è lo stesso.

Parole e sintassi possono cambiare l’opinione che si ha di una persona. La prima frase la può pronunciare l’amico un po’ insensibile, la seconda il cognato premuroso.

E questo è l’errore principale che non solo i blogger commettono, ma anche affermati giornalisti, scrittori, traduttori e professionisti della parola. Solitamente italiani. Già, perchè la lingua italiana offre un’ampia gamma di termini per sproloquiare e scrivere frasi di sette, otto righe pur completamente prive di significato.

Gli anglosassoni, ad esempio, no. Loro sono per le mot juste, la parola giusta al momento giusto. Punto. Non servono cento ghirigori o migliaia di incisi, che alla fin fine si rischia sempre di perderne qualcuno per strada.

Un concetto, quattro parole, la frase funziona.

Per questo noi sosteniamo la buona scrittura. Che sia l’odiato Manzoni, il lodato Shakespeare, il paturnioso Flaubert, l’alternativo della sintassi Stephen King, l’ironico Mark Twain oppure il talentuoso David Grossman.

Sono persone che, nei loro stili, hanno la padronanza della “buona scrittura”.

Leggerli è sempre un piacere.

Non parliamo solo di scrittori, suvvia. Del resto Mark Twain ed Hemingway erano giornalisti; il mio eroe Twain fece anche lo “sporco” lavoro di giornalista in Australia, per pagarsi i debiti di gioco. Hemingway…beh sappiamo che a Parigi non faceva molto il giornalista, che in Grecia tracannava e negli altri posticini non se la passava meglio.

La buona scrittura investe tutti, e non è una mera questione di ortografia: come abbiamo visto parte dal contenuto (bisogna avere un’idea!!), passa per la scelta delle parole, attraversa come un serpente la sintassi e finisce nella punteggiatura.

Basta aprire un blog qualsiasi per, spesso e sovente, inorridire di fronte a pezzi palesemente mal scritti, senza filo logico, totalmente sconnessi.

“Se mai”, “pò”, virgole a casaccio, non sono errori di battitura. Sono errori che una persona che pretende di voler scrivere di professione, non può permettersi di fare.

Chi vuole lavorare con le parole deve sapere la lingua con la quale vuole lavorare.

Ma la deve saper bene!

Mondrian, per arrivare a dipingere capolavori con dei soli quadrati, era laureato all’Accademia ed era un grandissimo pittore dal vero. Poi, piano piano, ha smussato con la filosofia la sua pittura, fino a diventare il genio che tutti conosciamo.

E così succede anche con la scrittura.

Prima di azzardare a scardinare i paletti della narrativa, dobbiamo conoscerne veramente bene le strutture. Ma non basta scrivere un bel racconto, avere “un’idea”. Bisogna saperla.

Attenzione: con questo non vogliamo dire che bisogna essere dei laureati in lettere o essere dei latinisti. Sia mai! Basta avere dell’amore per la lingua italiana, un fortissimo background di letture di ogni tipo e molto pensiero che circola.

Perchè per sovvertire le regole, bisogna prima conoscerle a fondo.

La parola d’ordine della scrittura

Alina Twain

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