CARI GIORNALISTI, ECCO PERCHE’ NON AVETE CAPITO #COGLIONENO

La campagna del Collettivo Zero #coglioneNO, ha riscosso tanto successo tra i giovani, quante critiche da parte di chi uno stipendio ce l’ha.

Ogni giornalista che ha mal parlato di questi video apriva sempre il suo pezzo con “Ora direte tutti che parlo così perchè io ho uno stipendio, ma non è così”.

No, no. E’ proprio così.

Chi riceve soldi in cambio delle proprie prestazioni è un privilegiato. Quante volte ho detto a mia madre “Vado a vendere il culo piuttosto che passare ore a correggere pezzi mal scritti, non pagata”! Ma anche vendere il culo è una nobile arte, e non tutti siamo portati.

Si suole spesso dire che chi non ha un parente malato, non può parlare correttamente di eutanasia. Così chi non è mai stata incinta, non può parlare di aborto. O può parlarne relativamente, mai dalla parte etica.

Perchè allora dovremmo credere alle parole degli accusati, piuttosto che a quelle di chi non viene pagato?

Perchè la campagna consisteva in questo: pagateci.

E’ vero che, in un mondo in cui tuo nipote che fa il linguistico può tradurti il sito internet, l’offerta è terribile. I risultati sono pessimi perchè la domanda c’è, ma l’offerta valida si confonde nel mezzo di tanti liceali o persone poco avvezze a quel mestiere.

Si è parlato di esperienza.

Dovete fare esperienza, gavetta, non trovar la pappa pronta! Certo, lo sappiamo tutti. Sono i famosi stagisti con esperienza pluriennale.

Suddetti datori di lavoro non sanno, forse, che un laureato di specialistica ha già alle spalle da uno a due anni di esperienza nel settore. Si chiama stage. O tirocinio. O sfruttamento, dipende dalle mansioni. Non pagato, naturalmente. E non parliamo dei lavoretti fuori corso, per arrotondare e pagarsi un po’ da vivere.

L’esperienza c’è, capo.

Si è parlato di tu sei un creativo?

Non sapete neppure cosa siano i lavori creativi, voi. Non esistono.

Certo. In Italia non esistono, ed è il punto su cui batteva la campagna. Non essendo una categoria riconosciuta di lavoro, è un settore vago non comprensibile da pubblicitari e direttori di marketing che conoscono solo il proprio.

All’estero (quel magico mondo in cui tutto è possibile, anzi no: è riconosciuto), i lavori creativi esistono; hanno dei riconoscimenti, inquadrature, studi di settore, sindacati.

Spieghiamo allora, a chi ha tacciato questo collettivo di presunzione (Ma il “creativo” non esiste) cos’è un lavoro creativo.

Sono molteplici i portali del lavoro, soprattutto nel mondo anglosassone, dedicati esclusivamente ai “creative jobs”. Racchiudono principalmente designer, grafici, developer, editor, direttori creativi e gli altri lavori creativi collegati ad essi o direttamente subordinati (riguardanti televisione, fotografia, teatro, i social media, i giornalisti di settore, copy, e via dicendo).

Arte e tecnologia; direzione e parola. Questi sono i “creativi”.

Sono solitamente laureati in materie umanistiche o in ingegneria informatica.

Spesso hanno cominciato per passione e ora lo portano a ottimi livelli.

Il problema sollevato è questo: perchè mi paghi in visibilità? Io ti costruisco un sito e mi dici “Ti metto il nome in un angolo”? Ti faccio un servizio fotografico, non mi paghi e dici “Se qualcuno mi chiede, dico che l’hai fatto te”? Ti faccio dieci pagine di traduzione e mi dici “Faccio un passaparola”? Spendo notti per correggere in italiano corrente strafalcioni grammaticali, e mi dici “Ma le gente vedi che scrivi per noi”?

Questo era il senso della campagna.

La quale, ripeto, non è entrata nella mente dei nostri colleghi più “adulti” perchè loro non ci sono mai passati.

La gavetta l’hanno fatta, certo. L’ha fatta pure mio padre a 14 anni alla pompa di benzina; ma è diverso rispetto ad ora: gli davano un pasto e gli insegnavano un mestiere. Noi spesso mandiamo avanti una baracca senza un soldo di ricambio, con un “Non hai finito? Mio nipote al liceo lo fa meglio”.

La mentalità di fondo è quella sbagliata. In Italia il lavoro creativo non è un lavoro vero e proprio, ma un hobby.

Colpa di chi si atteggia a farlo senza alcuna conoscenza; colpa dei datori di lavoro che ci credono dei piccoli supponenti.

Ma non è così. All’estero si paga salato per una laurea che ti permetterà di avere un futuro migliore.

In Italia si paga salato per una laurea che ti permetterà di lavorare gratis, come se ti stessero facendo un favore.

Un lavoro gratis basato sul senso di colpa.

Sapete cosa vi diciamo? Affidatevi a chi ha imparato a usare AutoCad nelle ore libere. Affidatevi a chi l’italiano non lo sa, per correggere le bozze dei vostri blogger. I risultati (fortunatamente per noi, ma sfortunatamente per voi), si vedranno sul lungo andare.

Freelance sì, #coglioneNO.

Grazie.

Alina Twain

2 thoughts on “CARI GIORNALISTI, ECCO PERCHE’ NON AVETE CAPITO #COGLIONENO

  1. Pingback: Perché farsi pagare? | Daniele Balcon

  2. bravs! ed è ancora piu triste quando quella laurea che costa tanto, è una laurea conseguita in una Università PUBBLICA. Io che non faccio la creativa, ma mi occupo di sociale, sono in una situazione molto simile, dove è facile sfruttare i giovani con la scusa del “volontariato”. E per specializzarmi spendo piu di 4000 euro di tasse in due anni, tasse, ripeto, per studiare in un Università dello Stato….quando li rivedrò mai quei soldi in cambio di lavoro, bah.

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