LE PAROLE, MATTONCINI DELLA REALTA’.

Fa più morti la penna della spada.

E mai detto fu più vero.

Volevo cominciare scrivendo: “Oggigiorno, nella nostra società…”. Ma mi rendo conto che è troppo scontato, un po’ easy e spendibile in qualsiasi contesto.

Poi mi rendo conto che è proprio della nostra società, quella di cui sto parlando. E rendendomi conto della mia incapacità di apertura di un pezzo, realizzo che il problema di fondo non è il suo contenuto, ma la sua forma.

Spesso si sente dire che si è responsabili di ciò che si dice, ma non di ciò che il prossimo capisce. Che il linguaggio è la chiave dell’esistenza. Flaubert teorizzava le mot juste. E se esiste una disciplina importante come la linguistica, vuol dire che forze il linguaggio qualche importanza ce l’ha.

Da sempre aperto l’eterno dibattito: è il linguaggio a fare il mondo esterno, o è il mondo a determinare il linguaggio? Un albero esiste nel momento in cui io lo chiamo “albero”? Oppure quell’albero ci sarebbe sempre stato, anche se io l’avessi chiamato “risolfello”? Oppure, ancora, quell’albero comincia ad esistere nel momento in cui cerco di dargli un nome, perchè vuol dire che mi accorgo della sua esistenza?

A questo non c’è fine, dipende dalla teoria che si intende abbracciare.

C’è però un punto cruciale che si aggancia alla società. Nel momento in cui io chiamo quella cosa legnosa coi rami (vedete, lo sto già connotando con delle parole) “albero”, tutti coloro consapevoli di quel nome riconosceranno quell’oggetto come “albero”.

Una parola è perciò segno distintivo di una cerchia, di un gruppo, di una società, di un’etnia: è un fattore culturale.

Per questo motivo dobbiamo fare molta attenzione alle parole che si usano, perchè ognuna di essere porta connotazioni a volte errate e a volte sgradevoli. Ogni parola evoca dei concetti, delle percezioni, delle astrazioni, dei pensieri; a volte imposti dalla società per habitus, a volte formulati autonomamente tramite esperienza personale.

E, soprattutto, condizionano la nostra società riuscendo a modificare la sua percezione rispetto alla realtà circostante.

Un caso (a caso) è quello delle baby squillo.

Delle ragazzine che vendono il proprio corpo a degli uomini adulti per denaro non sono delle vittime. Non sono delle squillo. Non sono baby.

Voi come chiamereste la vostra figlia che fa sesso per denaro? “Amore, non fare così, sei una baby squillo”? No, non penso. Le direste “Ti ha insegnato tua madre a fare la troia?”.

Chiamare queste ragazzine baby squillo significa elevarle a vittime mettendo l’accento sulla loro presunta innocenza con una parola, baby, che noi riconduciamo alla tenerezza. Ma i fatti restano quelli, la percezione della gente non deve cambiare tramite le parole.

Perchè, invece, chiamare i ragazzini maschi gigolò, termine molto retrò e quasi virile? Non sono né più nè meno delle loro amichette.

Un altro caso è quello delle escort. (Noi italiani siamo molto puritani nel parlare di sesso).

Come chiamate un’argentina che lecca i genitali ad un uomo anziamo? Come chiamate una ragazza che balla nuda sui tavoli per degli uomini? Come chiamate una donna che si veste con costumi per poi fare sesso in cambio di regali costosi?

Non so voi, ma io l’ho sempre chiamata puttana. O anche prostituta, se proprio dovete scriverlo.

Che sia un ministro o una ragazza che vive per strada, sempre questo rimane: una puttana.

Chiamarle escort non fa altro che indurre la gente a pensare che sia una professione normale e dignitosa, accettabile dalla società. Per carità, io la considero accettabilissima.

Ma non trovo differenza tra la puttana che pratica per strada e la puttana che pratica nelle case dei ricchi anziani.

Sempre troie, sono. Riportiamole al loro status sociale.

Potremmo aprire un capitolo sull’avere rapporti intimi.

Cos’è un rapporto intimo? Anche una chiamata al telefono di notte, un bacio della buonanotte, sono rapporti intimi. Chiamiamoli col loro nome: rapporti sessuali. Il sesso non è una cosa brutta e sporca, e la parola non è cacofonica.

E’ più brutto il sangue nel letto del piccolo Samuele, con il cranio fracassato, con il quale avete riempito la testa ai bambini per anni. Chiamarlo col suo nome non fa altro che rendere più naturale il rapporto col sesso dei futuri giovani adulti.

Parliamo del femminicidio.

E’ una parola che implica solamente la donna. Non è un omicidio. Un femminicidio sembra condizione particolare, una declinazione dell’omicidio, che riguarda solo la donna.

Ma non è così. Si tratta dell’assassinio di una persona, e come tale deve entrare nella percezione delle persone. Scindere i due casi significa dare implicitamente due diverse priorità. Non solo: significa anche dar loro connotazioni diverse; nel caso del femminicidio, dato che la parola è puramente riferita alla donna, sembra che la colpa non sia dell’uomo.

Sbagliato. Nel femminicidio non si deve parlare della donna, ma dell’uomo. Perchè è lui che sbaglia. E’ lui l’assassino. L’omicida. E’ lui che deve pagare, chè la donna ha già pagato abbastanza.

Come si può facilmente vedere, la maggior parte di questa manipolazione del linguaggio avviene attraverso i giornali e la televisione. Film, telefilm e libri contribuiscono ad una standardizzazione del linguaggio che avviene in declinazioni diverse, meno pericolose di queste.

Questa, invece, rappresenta la deriva del linguaggio. Il potere che hanno le parole. Come diceva Jacques Lacan, il mondo non ha bisogno di sapere che una cosa esiste, ha bisogno di parole che la evochino nel modo giusto e corretto. E si mostra l’estremo bisogno di raccontare le cose come stanno, con una narrazione aderente alla realtà, impossessandoci di nuovo del nostro linguaggio.

I limiti del mio linguaggio costituiscono i limiti del mio mondo.

(Ludwig Wittgenstein).

 Immagine random estremamente significativa.

Alina Twain

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